La riforma della giustizia ha l’obiettivo di cambiare radicalmente il nostro sistema giudiziario, per renderlo imparziale e libero da ogni tipo di condizionamenti. È una riforma di portata storica, attesa da mezzo secolo e si articola in tre punti. Anzitutto separa le carriere dei magistrati: i giudici e i pubblici ministeri avranno dei percorsi professionali distinti fin dall’inizio, con concorsi separati. La riforma interviene poi anche sul Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), organo da cui dipende la carriera dei magistrati: quest’organo da tempo risponde alla logica delle “correnti”, una sorta di partiti interni alla magistratura, in realtà divenuti centri di potere per la gestione delle nomine. Come effetto coerente della separazione delle carriere, saranno formati due CSM, uno per i giudici e un altro per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. Il peso delle correnti viene affievolito col sorteggio, invece della elezione, per stabilire chi ne farà parte. La riforma istituisce infine un’Alta Corte disciplinare, che, invece del CSM – come avviene adesso – valuterà le eventuali scorrettezze disciplinari dei magistrati: sul suo funzionamento non incideranno le correnti, ma avrà una composizione tale da garantire l’imparzialità di giudizio, in linea col principio che chi sbaglia paga, anche se è magistrato.

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